La lavorazione kurinuki (il termine è giapponese) è una tecnica “sculturale” di formazione del volume: anziché aggiungere materiale, come accade nella costruzione a colombino o a lastra, si parte dal blocco d’argilla e si toglie via via, scavando internamente e modellando la parete esterna con l’aiuto di strumenti, fino a ottenere la forma desiderata. Si tratta quindi, come in scultura, di liberare una forma racchiusa nell’informe.

 

Teiere Muttitea

Grès nero, cottura 1150°. Smalto su biscotto all’interno, ossidi e porcellana all’esterno. Sono nate come teiere e sono diventate via oggetti “totemici”, presenze che rappresentano e condensano il processo materno per eccellenza, quello espressivo. Mutti è il diminutivo del tedesco Mutter, mamma: il corpo-teiera è circondato da un nugolo di bicchierini torniti. Ma il frutto dell’espressione (la prole, secondo l’analogia archetipica del materno) si deve a quel processo silenzioso che si svolge all’interno di sé, così come il tè solo dopo un tempo di infusione esce dalla teiera. La buia teiera-caverna, caldo vuoto che nasconde un tesoro sepolto pronto a venire alla luce. L’acqua bollente (l’ardore che altri hanno acceso) che viene versata e ammorbidisce le foglioline secche del tè, impregnandosi del loro aroma. La teiera che si inchina e fa passare il tè attraverso il beccuccio, stretto canale di collegamento con l’esterno, per farlo vedere e gustare.

L’idea dell’oggetto artistico può non essere chiara all’inizio: è proprio la scarsa chiarezza (il non vederci chiaro) a guidare il cammino, a scavarsi una via. Ciò che ottiene alla fine è un simbolo, qualcosa che continua a essere legato alla propria origine, ma come per un figlio il suo destino è autonomo.

Vasi

Serie di vasi in grès nero, con aggiunta di ingobbio di porcellana e ossidi.


Sono molto in sintonia con le composizioni vegetali che nella cultura giapponese si chiamano ikebana, caratterizzate numericamente da pochi elementi e formalmente da quell’asimmetria armonica che è possibile solo ammettendo la presenza costitutiva di un terzo fattore, il vuoto. È rispetto al vuoto che i rapporti tra i singoli elementi della composizione possono stagliarsi e rimandare qualcosa in chi guarda.
Mentre la spugna verde usata dai fioristi riempie il vaso e ha l’unica funzione di sostenere, tanto che viene nascosta, il kenzan – il puntuto supporto metallico circolare usato nell’ikebana – rimane in vista affinché lo stesso vuoto del vaso parli, mostrandosi come un grembo, un vuoto che accoglie e che fa essere.


E lo stesso vaso che ospita la composizione ne fa parte. L’aspetto roccioso del grès nero, ottenuto scalfendo la superficie in modo irregolare, è anch’esso, a dispetto di ogni apparenza, parte del gioco dell’impermanenza in cui tutto è immerso. La bellezza che ci commuove scaturisce dallo sguardo che tiene insieme l’ora e il non-più.