“Tra la mente e la mano le relazioni non sono quelle, semplici, che intercorrono tra un padrone ubbidito e un docile servitore. La mente fa la mano, la mano fa la mente. […] Il gesto che crea esercita un’azione continua sulla vita interiore.”
H. Focillon, Elogio della mano (1939)

 

La passione cresce e matura in una fortunata condizione in cui si intrecciano scoperta e ripetizione, paziente lavoro e rischio creativo.

Ad avvincermi, in una cosa bella, è la sua intensità di presenza. L’accordo felice tra le linee, i volumi, le dimensioni. La superficie e la consistenza della terra. Il rapporto tra la terra e lo smalto. Solo dopo la prova alchemica del fuoco, che trasforma e sublima, si può dire se è nato qualcosa di nuovo e bello. Allora la gioia impaziente di aprire il forno dopo una lunga attesa lascia spazio all’apparizione magica di presenze che incantano.

Ma anche se l’esito non soddisfa pienamente, qualcosa è rimasto del processo a plasmare nel profondo. La relazione intima che si istituisce con la cosa, il coltivarla a lungo nell’immaginazione oppure la sorpresa di fronte al suo inatteso apparire. Il gesto delle mani che spianano, premono, modellano, alzano una forma al tornio. La scoperta delle dita che incontrano un nuovo impasto. Il lavoro al tornio, specchio implacabile della condizione interiore, come la scrittura. Tutto ritorna alla fonte e la trasforma. Nessun clamore: esperienze piccole, silenziose, stati d’essere che nutrono la passione.